Perché le aziende dovrebbero smettere di puntare all’impatto zero

Di Julien Etchanchu, Sustainable Collaboration Practice Lead di Advito Il tema dell’”impatto zero” o carbon neutrality è oggi uno dei trend in primo piano e parola chiave in fatto di sostenibilità Aziende, compagnie aeree e organizzazioni in genere si sono poste tutte come obiettivo l’”impatto zero” – alcune di esse puntando a raggiungere questo nobile intento entro il vicino 2022. Anche se ciò potrebbe sembrare una mossa positiva, non è tecnicamente possibile per un’azienda raggiungere l’effettiva carbon neutrality. In realtà, infatti, il concetto di zero emissioni può soltanto essere applicato con riguardo al pianeta intero. Lasciando per un attimo da …

Di Julien Etchanchu, Sustainable Collaboration Practice Lead di Advito

Il tema dell'”impatto zero” o carbon neutrality è oggi uno dei trend in primo piano e parola chiave in fatto di sostenibilità

Aziende, compagnie aeree e organizzazioni in genere si sono poste tutte come obiettivo l'”impatto zero” – alcune di esse puntando a raggiungere questo nobile intento entro il vicino 2022. Anche se ciò potrebbe sembrare una mossa positiva, non è tecnicamente possibile per un’azienda raggiungere l’effettiva carbon neutrality. In realtà, infatti, il concetto di zero emissioni può soltanto essere applicato con riguardo al pianeta intero. Lasciando per un attimo da parte la semantica, il concetto di emissioni zero a livello di singola azienda può essere forviante e di effettivo ostacolo alla lotta contro il cambiamento climatico.

Ma perché un’azienda non può effettivamente raggiungere l’impatto zero?

La carbon neutrality è un rigoroso concetto scientifico. Si riferisce infatti al bilanciamento tra le emissioni e l’assorbimento nell’atmosfera terrestre di anidride carbonica e gas serra, ma può essere soltanto raggiunto in seguito a un’ingente riduzione nelle emissioni di  CO2 . Per raggiungere una vera neutralità in tutto il mondo, tutte le emissioni di gas serra (GHG) devono essere controbilanciate da un “sequestro”, ovvero dalla rimozione di anidride carbonica dall’atmosfera. Secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), per raggiungere le zero emissioni, le emissioni “antropiche” – vale a dire le emissioni causate dall’uomo – devono diminuire di circa l’85% (da 42 miliardi di tonnellate all’anno a 6 miliardi) entro il 2050. A quel punto, e soltanto allora, le emissioni residuali potranno essere pianamente riassorbite da soluzioni naturali o tecnologiche.

Non c’è un quadro o un modello scientifico stabilito per determinare cosa rende effettivamente a impatto zero un’azienda. Dipende essenzialmente da ogni azienda decidere che cosa la renda carbon neutral, il che significa che questa definizione inevitabilmente cambia da azienda ad azienda. Per esempio, un’azienda potrebbe considerare nel proprio modello soltanto le emissioni di CO2 e non di tutti i gas serra. Oppure potrebbe soltanto calcolare le emissioni dirette, ma non quelle indirette (Scope 3). Sulla base di queste differenti definizioni di partenza, ciascuna azienda può adottare approcci diametralmente opposti eppure definirsi comunque a emissioni zero.

La “carbon neutrality” a livello aziendale implica una significativa quantità di compensazione di CO2, che può essere una pratica discutibile e che è spesso bollata come greenwashing. Ponendo che la compensazione funzioni perfettamente, esistono anche dei limiti fisici. L’IPCC stima che il potenziale di compensazione globale totale sia di 367 miliardi di tonnellate di CO2 (nove anni di emissioni antropiche). In altre parole, se compensassimo il 100% delle emissioni globali, dopo nove anni non sarebbe più possibile alcuna compensazione, e allora le nostre emissioni dovrebbero essere realmente pari a zero perché il pianeta sia effettivamente carbon neutral.

Qui sta proprio il limite di questo modello. In pratica, non c’è abbastanza spazio sulla terra per assorbire il 100% di tutte le emissioni all’infinito. Pensiamo a un bicchiere d’acqua: se lo riempiamo fino all’orlo, è impossibile per qualcun altro riempire quel medesimo bicchiere. Una volta pieno, non c’è spazio per altra acqua. La stessa cosa accade per la compensazione di anidride carbonica.

Al di là dei modelli concettuali in fatto di impatto zero, quali sono i rischi?

Ci sono diversi rischi per un’azienda che voglia rivendicare il proprio impatto zero. In primo luogo, paradossalmente, più un’azienda si avvicina alle zero emissioni (così come definite dalle aziende oggi) e meno tende a portare avanti un cambiamento di impatto effettivo. Oggi, la pressione per essere “green” arriva da ogni lato. La corsa verso lo zero potrebbe quindi costringere le aziende a compensare grandi quantità di carbonio per diventare “carbon neutral”. Ma, se invece la compensazione non esistesse, le stesse aziende sarebbero spinte a implementare cambiamenti strutturali più incisivi. Oggi, un’azienda che triplica le sue emissioni può facilmente affermare di essere a impatto zero, se riesce a compensare tutte queste emissioni – il che è illogico. Il fatto che la compensazione di anidride carbonica sia tra le opzioni perseguibili a volte ritarda o (anche) ostacola i necessari cambiamenti, persino tra le aziende che vogliono veramente mettersi al lavoro per avere un impatto sulle proprie emissioni.

In secondo luogo, arrogarsi il titolo di zero emissioni può disincentivare comportamenti importanti e a impatto positivo sul clima da parte dei dipendenti, limitando iniziative interne o introducendo pregiudizi comportamentali. Perché cercare soluzioni ambientali innovative se l’azienda è già a impatto zero? Perché volare meno se il mio team è già carbon neutral?

In ultimo, c’è un rischio significativo in termini di immagine o reputazione. Le persone stanno diventando più consapevoli in fatto di temi ambientali e sono sempre più in grado di distinguere le iniziative e gli approcci reali dal greenwashing.

Da ultimo, il fatto che non ci siano standard globali comporta rischi considerevoli. Se infatti un’azienda riduce le emissioni del triplo e compensa quelle residuali, raggiunge le emissioni zero. Ma allo stesso tempo se un’altra azienda triplica le proprie emissioni e  compensa tutto quanto anche questa si definisce a impatto zero. Soltanto una delle due, però, sta portando avanti un impegno effettivo e focalizzato alla global carbon neutrality.

Qual è la soluzione per un’azienda che vuole ridurre le proprie emissioni?

Ma, quindi, cosa può fare un’azienda che vuole davvero provare ad avere un impatto? Su un tema così importante e complesso come il cambiamento climatico un approccio saggio è partire dalla scienza. Le due più importanti iniziative che sono pienamente basate su raccomandazioni scientifiche sono la Net Zero Initiative (NZI), fondata dall’azienda francese Carbone4 e da diverse ONG, e la Science Based Target Initiative (SBTi).

Le metodologie non sono identiche, ma i principi fondamentali sono gli stessi. Cosa più importante, stabiliscono entrambe che la priorità debba essere una diminuzione immediata e ingentissima delle emissioni di anidride carbonica. Per far luce sulla sull’entità del problema, l’IPCC raccomanda una diminuzione del 50% entro il 2030 (rispetto al dato 2019) e dell’85% entro il 2050. Si tratta di una riduzione all’anno pari al 5-7%, che è equiparabile a quella che abbiamo osservato a livello globale nel 2020 a causa della pandemia. Per parafrasare Jean-Marc Jancovici, co-founder di Carbone4, abbiamo bisogno dell’equivalente di “un Covid all’anno” in fatto di riduzione delle emissioni per raggiungere gli obiettivi dell’IPCC. Quindi, fissare un obiettivo è cruciale, ma anche definire un percorso per raggiungerlo è essenziale. Per esempio, aumentare le emissioni fino al 2029 e diminuirle di botto per raggiungere il -50% non è la stessa cosa di una diminuzione regolare e consistente.

Sia la NZI che la SBTi non includono la compensazione di CO2 tra gli obiettivi di diminuzione delle emissioni, il che significa che è impossibile semplicemente compensare le emissioni senza ridurle e voler poi rivendicare comunque l’impatto zero. L’SBTi vede la compensazione come parte di una strategia per arrivare al “net zero”, ma in questo caso l’azienda potrà soltanto affermare di avere come obiettivo “l’impatto zero” e non di essere effettivamente “a impatto zero” (questo sarà possibile solo dopo un’enorme diminuzione delle emissioni in linea con le raccomandazioni dell’IPCC).

L’NZI va oltre e molto semplicemente non permette alcun riferimento all’impatto zero o alla piena carbon neutrality. Il modello incoraggia sempre la compensazione, ma sottolinea come in nessun modo questa possa annullare le emissioni. Il termine “compensare” dovrebbe essere sostituito da “contribuire”, nel senso che le emissioni non vengono compensate, ma viene dato un contributo allo sforzo generale per raggiungere la carbon neutrality a livello globale. E per questo motivo dovrebbero essere utilizzate due forme distinte di reportistica, una per l’effettiva diminuzione delle emissioni e una per la compensazione/contribuzione.

Concentrandosi sulla diminuzione delle emissioni, è quindi possibile distinguere quelle organizzazioni che fanno realmente la differenza da quelle che rivendicano la carbon neutrality sulla base di un set di criteri accuratamente selezionati.

Al di là delle questioni concettuali, rivendicare l’impatto zero può diventare rischioso per un’azienda, rallentare i necessari cambiamenti strutturali e creare rischi in termini di immagine e reputazione. Anche se la compensazione è pietra angolare delle attuali strategie “a impatto zero” della maggior parte delle aziende, questa dovrebbe essere valutata in modo distinto rispetto agli sforzi delle aziende per ridurre effettivamente le emissioni. Non si tratta di avere la bacchetta magica per cancellare l’impatto ambientale di un’organizzazione. Piuttosto che puntare a iniziative “a impatto zero” a livello aziendale, le organizzazioni di tutto il mondo dovrebbero concentrarsi sul portare avanti cambiamenti strutturali d’impatto per ridurre le proprie emissioni di gas serra – lavorando insieme verso l’obiettivo della vera carbon neutrality globale.

 

Di Julien Etchanchu, Sustainable Collaboration Practice Lead di Advito

Questo articolo è stato pubblicato in origine come guest post su The Beat ed è a cura di Advito.
La traduzione e l’adattamento italiano sono a cura del team BCD Travel Italy.

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